•  

    BeaMiao

     
    Un sito trasversale, dove si parla di gatti, fotografia, viaggi e chimica

 Site Search: 



Isola di Antilia

Descrizione del luogo

Le prime cronache che descrivono un’isola nell’oceano Atlantiche sono di epoca romana. Nella «Vita di Sertorio» (capitolo 8 di Vite parallele) Plutarco di Cheronea (46-120 d.C.) scrive che il comandante romano Quinto Sertorio, dopo una campagna in Mauretania (odierno Marocco), incontrò dei marinai che affermavano di essere tornati dalle «Isole dei Beati». Descrissero due isole distanti dall’Africa circa 10.000 stadi (circa 2.000 km) con un clima tropicale e una vegetazione lussureggiante. Però si comincia a parlare di quest’isola soltanto nel Medioevo.
 
Nell’anno 711, i Mori attraversavano lo stretto di Gibilterra dando via a una dominazione musulmana sulla Spagna che, come tutti sappiamo, sarà di ben lunga durata.
 
Prima ancora che l’avanzata dei Mori fosse bloccata presso Poitiers (o meglio presso Tours, dova la battaglia fu combattuta ufficialmente il 25 ottobre del 732 d.c. tra l’esercito arabo-berbero musulmano di al-Andalus, comandato dal suo governatore, ʿAbd al-Raḥmān, e quello dei Franchi merovingi di Carlo Martello, comandato da Eudes d’Aquitaine, maggiordomo di palazzo, cioè capo dell’esercito), aveva iniziato a circolare in Europa la leggenda dell’isola di Antilia.
 
Isola in cui – si mormorava – sette vescovi spagnoli (cristiani visigoti) avevano trovato rifugio, fuggendo dalla madrepatria prima che le cose si mettessero veramente male, e portando con sé un numero considerevole di bestiame, attrezzi da lavoro… e, naturalmente, famiglie. Approdati nella loro nuova casa, i vescovi in fuga avevano cominciato a organizzare la comunità, costruendo lungo il perimetro esterno dell’isola sette cittadine (da cui il secondo nome di Antilia: Isola delle Sette Città) e dando il via a un’esperienza di Vera Società Cristiana, mentre sulla terraferma la società cristiana sembrava in procinto di soccombere.
 
Come se la passasse, sull’isola, tutta questa brava gente, non è cosa nota, anche perché la leggenda di Antilia cade presto nel dimenticatoio.
 
Salvo essere riportata in auge – a sorpresa – sette secoli più tardi: e cioè, all’inizio del ‘400, epoca di grandi esplorazioni nautiche e di carte marine sempre più dettagliate.
 
Ecco: è proprio su una di queste carte marine che Antilia ricompare, dal nulla. Siamo nell’anno 1424, e il cartografo veneziano Zuane Pizzigano, tracciando un portolano destinato a diventare celebre, inserisce nel bel mezzo dell’Atlantico quattro grosse isole di forma rettangolare, che chiama Sava, Ymana, Antilia e Satanazes.
 
Nessuna di queste isole esiste, anche se ovviamente si sono sprecati, a posteriori, i tentativi di identificarle con questo o quell’altro atollo. Per quanto riguarda Antilia, la supposizione più ovvia (ma non necessariamente la più attendibile) la identifica con le Antille. Ma non è questo il punto.
 
Ai nostri fini, mi limiterò al dato storico per cui Pizzigano piazza lì, sulla sua mappa, questi isoloni, dando particolare rilievo ad Antilia, che, delle quattro, è la più grande. Il cartografo traccia anche le coordinate di questa terra: la situa nell’Atlantico settentrionale, a 1200 chilometri a ovest del Portogallo, sulla latitudine di Gibilterra. E, per dimostrare di essere ben informato, arriva persino a citare i nomi delle sette città: Aira, Ansalli, Antuab, Ansodi, Ansolli, Asesseli e Con. Non chiedetemi cosa c’entri Con con gli altri sei toponimi, secondo me è una città di anticonformisti piantagrane.
 
Le notevoli dimensioni dell’isola (rappresentata, sulle carte nautiche, con un’estensione simile a quella della Sardegna), e soprattutto il fatto che fosse già urbanizzata, la rendevano una meta ghiotta per gli esploratori.
 
Nel 1452, il principe Enrico del Portogallo incarica Diogo de Teive e Pedro da Velasco di partire alla ricerca. Salpati dalle isole Azzorre, i due valorosi vanno avanti a girare in tondo per un bel po’, prima di gettare la spugna e tornare in patria con un niente di fatto. Antilia non è pervenuta, ma in compenso quella spedizione permette al Portogallo di scoprire e rivendicare Corvo e Flores, due isolette esterne delle Azzorre. Non la leggendaria isola dei sette vescovi, ma «sempre meglio che uno sputo in faccia».
 
Nel 1486, il re del Portogallo ci riprova, e incarica Fernão Dulmo di localizzare Antilia e rivendicarla. Fernão parte, ma è ancor più sfortunato dei suoi predecessori: lui non trova altro che tempeste, e dopo qualche settimana è costretto al dietrofront.
 
Eppure questa isola esiste!!, ripetono ostinati i cartografi – anche perché ormai Antilia è presente in tutti i portolani, nessuno escluso, e negarne l’esistenza vorrebbe dire insultare le capacità di una intera categoria. Fioriscono le leggende di fantomatici velieri non meglio precisati che, proprio in quegli anni, avrebbero avvistato Antilia, costeggiandola senza problemi e – in alcuni casi – addirittura scendendo a terra.
 
Nel 1474, l’astronomo Paolo dal Pozzo Toscanelli si dice assolutamente certo dell’esistenza di Antilia e la suggerisce anche come tappa intermedia nei viaggi verso la Cina, situandola a 50 gradi a est del Giappone. Nel 1492, il cartografo Martin Behaim ridefinisce con maggior precisione le coordinate e fissa la latitudine dell’isola a 28° Nord, forse basandosi sulle testimonianze di una nave di sua conoscenza che, nel 1414, l’avrebbe costeggiata.
 
Il dettaglio esilarante è che pure Cristoforo Colombo ci credeva tantissimo a questa storia di Antilia, e la riteneva un utile punto di sosta nel corso del suo viaggio verso le Indie. Ovviamente non la trovò mai, ma le annotazioni sul suo diario di viaggio testimoniano che ancora lì, in alto mare, nel bel mezzo dell’oceano Atlantico, il tapino confidava di incrociarla a breve, presumibilmente andando pure in crisi nel momento in cui cominciò a rendersi conto che c’era qualcosa di drammaticamente sbagliato nella sua rotta.
 
Affascinato dall’esistenza di Antilia fu anche il figlio di Colombo, Fernando. Nella biografia che scrisse su suo padre, il geografo tira fuori, non si sa bene da dove, un sacco di informazioni extra sull’isola leggendaria. Ci dice, ad esempio, che i sette vescovi fuggitivi abbandonarono la Spagna nel 714, sotto la guida dell’intraprendente vescovo di Oporto. Sbarcati ad Antilia, i religiosi dettero fuoco alle imbarcazioni con cui erano arrivati, per impedire a se stessi (e, soprattutto, ai laici che li seguivano, di soccombere alla tentazione di voler tornare indietro.
 
Stando così le cose, le uniche notizie che possediamo su Antilia ci arrivano – secondo la ricostruzione di Fernando – da un’unica fonte, e cioè dall’unica nave ad esser mai riuscita a navigare fino all’isola. Era un vascello mandato fuori rotta da una tempesta, che attraccò e cercò riparo presso l’Isola di Antilia quando era ancora in vita il principe Enrico del Portogallo (se ricordate, quello che diede il via alla caccia all’isola leggendaria).
 
Accolti e rifocillati dalla popolazione autoctona, discendente dal primo nucleo di coloni, i marinai ebbero modo di visitare l’isola nella sua interezza e presero addirittura parte ad una funzione religiosa. Alla fine, tornarono in Portogallo per riferire sull’accaduto, ma quando il principe ordinò loro di ripartire immediatamente per rivendicare l’isola, l’equipaggio si rifiutò. Forse per non turbare la quiete edenica che aveva potuto apprezzare ad Antilia, chi lo sa. Forse, perché era al corrente di cose che il principe Enrico ignorava.
 
Altre leggende, infatti, si svilupparono, volte a spiegare la misteriosa irreperibilità di un’isola (pure bella grossa) sulle cui coordinate concordavano tutte le carte nautiche.
 
Secondo il marinaio Eustache de La Fosse, Antilia era protetta da un potente incantesimo gettato su di essa da uno dei sette vescovi originari, uomo «versato nell’arte della necromanzia». L’isola di Antilia esiste, ma – semplicemente – la magia la rende invisibile, così come rende invisibile in cielo il volo degli uccelli costieri di cui pure i marinai dichiaravano di udire i versi, avvicinandosi alle coordinate dell’isola. Scopo di questo incanto? Ovviamente, proteggere Antilia e la sua quiete edenica dalle influenze negative del mondo esterno.
 
E infatti – secondo la leggenda di La Fosse – non è detto che Antilia non possa tornare a mostrarsi, un giorno. Capiterà – forse – quando e se la Spagna potrà nuovamente dire d’essere un Paese integralmente, totalmente, veramente cristiano.
 
Però nemmeno Cristoforo Colombo trovò l’isola. Forse la regina Isabella di Castiglia (1451-1504), moglie di Ferdinando II d'Aragona (1452-1516), non fu abbastanza devota, nonostante l’uso massiccio della Santa Inquisizione? Si narra che la regina Isabella fece la promessa alla Vergine di non cambiarsi la biancheria fino a quando la città di Granada non fosse stata riconquistata e liberata dai Mori ed esiliato l'ultimo Sultano Abū ʿAbd Allāh (conosciuto anche come «Boabdil»)… l’assedio però durò molti mesi. Per la cronaca, isabella è anche il nome di un colore.
 
A questa isola è dedicata una canzone di Francesco Guccini: «L’isola non trovata».
 
Anche nei fumetti se ne trova menzione. Su Topolino n. 1261 del 27 gennaio 1980 esce la storia Disney «Zio Paperone e il segreto di Antilia», di Guido Martina (sceneggiatura) e Giulio Chierchini (disegni). In questa avventura Zio Paperone ricerca la mitica isola perché ha saputo dai nipotini (dal Manuale delle Giovani Marmotte) che vi si trova una città dai tetti d’oro (ovviamente…), Cibola, e, con Paperino e Qui Quo Qua, vi approda fortunoramente scoprendo che il tempo si ferma e la gente non invecchia. Purtroppo, i Paperi hanno modo di vedere per pochi minuti la città d’oro prima che Antilia si inabissi nuovamente nell’oceano, una volta che si furono messi in salvo.
 
 
 
Riferimenti:
 
https://unapennaspuntata.com/2019/08/13/isola-antilia/
 
https://www.vanillamagazine.it/la-storia-di-antilia-l-isola-medievale-perduta-dell-atlantico/
 

ciao




  • This page has been viewed:163775 times
    Connected Users: 11
    Copyright 2002–2019 BeaMiao — Tutti i diritti riservati